Obsolescenza programmata e rifiuti elettronici

///Obsolescenza programmata e rifiuti elettronici

Fu nel lontano 1932, in un’ economia americana fortemente debilitata dalla crisi, che il concetto di obsolescenza fu coniato per la prima volta. Ad inventarlo fu il promoter immobiliare statunitense Bernard London che inzialmente parlò di “obsolescenza imposta” considerandola però come una delle tante strategie messe in atto dalle industrie per stimolare la crescita. Una definizione più precisa sarebbe venuta più tardi, per bocca di Brooks Stevens, industrial designer americano: “Tutta la nostra economia si basa sull’ obsolescenza programmata (…) – scrisse – facciamo prodotti buoni, spingiamo le persone ad acquistarli e poi l’anno successivo introduciamo deliberatamente qualcosa che renderà questi prodotti obsoleti”.  Da allora il quadro di definizione dell’obsolescenza programmata s’è ulteriormente definito : in concreto si tratta ridurre l’aspettativa di vita di un prodotto per aumentare il suo “tasso di sostituzione” (e dunque il profitto della società). Eppure per quanto moralmente scandalosa, l’ obsolescenza programmata riesce a dividere anche gli economisti. Per Alexandre Delaigue, economista francese, i consumatori “tendono fondamentalmente ad idealizzare il passato”. In questo modo, la coscienza popolare spinge a rimpiangere gli oggetti del passato che sembrano nell’immaginario anche più durevoli. Tuttavia, questi oggetti di cui possiamo essere nostalgici sono in realtà molto meno efficaci di oggi. Così, “l’obsolescenza programmata” non sarebbe altro che “obsolescenza tecnica”. Ma sappiamo benissimo che consumare non è solo soddisfare un bisogno utilitaristico. E’ innanzitutto una fonte di soddisfazione spesso caratterizzata da pressioni sociali: i prodotti innovativi sono più spesso preferiti ad oggetti già di una certa età.

In Francia, ad ogni modo, l’obsolescenza programmata è diventato un reato punibile per legge: multa di 300.000 euro e due anni di carcere. L’ importo dell’ammenda può anche essere aumentato fino al 5% del fatturato annuo dell’impresa per compensare gli utili generati dall’inganno. Proprio in questo contesto è nata in Francia (nel luglio del 2015) l’associazione HOP (Halte à l’ Obsolescence Programmée) il cui scopo è quello di “aumentare la consapevolezza riguardo i prodotti sostenibili e riparabili”. Impegnata nella lotta contro imbrogli di questo tipo, l’ associazione ha già presentato un reclamo contro diversi produttori di stampanti e contro la stessa Apple. La denuncia presentata contro Epson lo scorso settembre ha portato all’apertura di un’indagine da parte della Procura della Repubblica di Nanterre. Dopo la Francia poi è arrivato anche il turno dell’Italia. L’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato (AGCOM) ha deciso di avviare un’indagine contro i due giganti dell’elettronica Samsung e Apple per pratiche commerciali scorrette. Entrambi i colossi sono sospettati di aver messo in atto una politica commerciale generale che tende a sfruttare le lacune di alcuni componenti degli smartphone per ridurre nel tempo i benefici dei loro prodotti ed in tal modo spingere artificialmente i consumatori ad acquistare le nuove versioni dei cellulari. Il procedimento è stato avviato a seguito di numerose ed insistenti segnalazioni dei consumatori e contemporaneamente all’inchiesta portata avanti dall’Agcom stessa. Si tratta, ha specificato l’Autorità per l’antitrust italiana, di due diversi procedimenti per pratiche commerciali tutt’altro che corrette nei confronti dei consumatori.

In particolare il dito viene puntato contro gli aggiornamenti del software degli smartphone in questione: con l’aggiornamento automatico, infatti, i telefoni inspiegabilmente rallentano. Ciò spinge gli utenti ad acquistare nuove versioni più veloci e performanti. Il rallentamento è dunque indotto e viola gli articoli 20, 21, 22 e 24 del Codice del Consumo, secondo l’Agcom.

 Back Market, la startup che punta sul ricondizionamento

Per lottare contro questo fenomeno sempre più inquietante, che ha un impatto notevole anche sull’aumento dei rifiuti elettronici nel mondo, esistono una serie di start-up che cercano nuove vie per rigenerare i vecchi prodotti. La startup Back Market, creata nel 2014, è il primo market place che permette al grande pubblico di acquistare migliaia di prodotti elettrici ed elettronici rimessi a nuovo da professionisti certificati.  I fondatori Thibaud Hug de Larauze, Quentin Le Brouster e Vianney Vaute sono convinti che i bisogni dei consumatori in ambito di prodotti elettronici ed elettrici possano essere ugualmente soddisfatti grazie agli apparecchi ricondizionati.

In quanto forza operante nel settore dell’economia circolare, Back Market vuole apportare il suo contributo decisivo al fine di trasformare profondamente la mentalità dei consumatori. Basata a Parigi,  la società conta oramai 60 collaboratori e 250 officine partner certificate. Sin dalla sua creazione, Back Market vanta oltre 500.000 clienti in Europa i cui acquisti sono principalmente smartphones e tablets: cio’ si traduce in oltre 175 tonnellate di rifiuti elettrici ed elettronici in meno.

Vogliamo democratizzare il ri-consumo invece del consumo “, ha spiegato Figaro Vianney Vaute, cofondatore del Back Market. L’ azienda promuove anche un approccio ecologico. Il ricondizionamento infatti è meno costoso in CO2 rispetto alla produzione. “Al di là delle cause avviate contro questi produttori in Francia – spiega Vianney Vaute -, negli Stati Uniti e adesso in Italia, è il momento di sviluppare un discorso critico, ripensare ad un sistema che è diventato ossessionato dal nuovo e permanente rinnovamento dei nostri apparecchi. La denuncia dell’obsolescenza pianificata in tutte le sue forme (tecnologica, psicologica), è una condizione sine qua non per l’apparizione di nuove modalità di consumo. La grande domanda adesso è come si fa a fare meglio con meno? Le risorse del nostro pianeta sono limitate e dobbiamo assolutamente far evolvere questa logica fin troppo lineare: produrre – consumare – scartare – riciclare. Questa è la sfida che abbiamo intrapreso con la creazione di Back Market nel 2014“. La startup intende rivoluzionare il modo in cui consumiamo, democratizzando l’acquisto di prodotti tecnologici ricondizionati in tutto il mondo.

Il successo dell’azienda sin dalla sua fondazione, che ha permesso di allungare la durata di vita degli apparecchi elettronici ed elettrici, mostra chiaramente che anche la mentalità sta evolvendo in questo senso; questi prodotti, che sono funzionali oltre che nuovi di zecca, rappresentano una vera alternativa. Sono tra il 30 ed il 70% meno cari rispetto agli apparecchi nuovi e spingono i consumatori a riflettere su un nuovo modo di consumo responsabile. Ma come funziona Back Market? Ogni officina partner di Back Market è soggetta ad un controllo dettagliato e s’impegna a rispettare una carta di qualità esigente. L’azienda effettua regolarmente dei sopralluoghi nelle proprie officine partner verificando in modo sistematico la qualità delle loro procedure. Per fare in modo che i consumatori si sentano sicuri durante i loro acquisti sia di prodotti riciclati che di prodotti nuovi, esiste poi un sistema completo di valutazione per gli acquirenti: ogni ricondizionatore ha una “carta d’identità” su Back Market, completa di tutte le informazioni e dei parametri disponibili, esiste una garanzia minima di 6 mesi ed un eccellente servizio clienti direttamente integrato all’officina partner.

 A favore dell’ambiente

Il problema dell’obsolescenza programmata è strettamente connesso con quello della super-produzione di rifiuti elettrici ed elettronici. Il tasso di produzione di nuove apparecchiature elettriche ed elettroniche (AEE) aumenta infatti in maniera costante. E’ l’allarme lanciato dal Global Waste Monitor che ogni anno pubblica un rapporto sull’incombente aumento del volume dei rifiuti di Apparecchi Elettrici ed Elettronici (RAEE). Ad esempio, nel 2016, quasi 50 milioni di tonnellate di RAEE sono finiti nell’immondizia. In Italia, ogni abitante produce in media quasi 20 kg di RAEE e nel 2017 il paese ha prodotto quasi 1,5 milioni di tonnellate di rifiuti elettronici. Insomma il tasso di produzione di rifiuti elettronici rischia di aumentare esponenzialmente senza possibilità di ritorno.

Questi temi tra l’altro sono stati al centro della Settimana Europea per la Riduzione dei Rifiuti (SERR), la grande campagna di comunicazione ambientale europea che da nove edizioni promuove l’attuazione di azioni di sensibilizzazione sulla gestione dei rifiuti ispirate al principio delle 3R: ridurre, riusare e riciclare. Il crescente successo dell’iniziativa ha ad esempio portato nel 2016 i Paesi partecipanti a mettere in campo, a livello europeo, circa 12.255 azioni, di cui ben 4.419 azioni in Italia, confermando il nostro Paese tra le nazioni top in Europa. Anche per il 2018 l’obiettivo sarà coinvolgere il più possibile pubbliche amministrazioni, associazioni e organizzazioni no profit, scuole, università, imprese, associazioni di categoria e cittadini a proporre azioni volte a prevenire, ridurre o riciclare correttamente i rifiuti a livello nazionale e locale. Un dato positivo c’è: ad esempio nel corso del 2016 il comparto dei RAEE ha registrato una significativa crescita dei volumi di raccolta dei rifiuti da apparecchiature elettriche ed elettroniche. Inoltre, gli accordi siglati dal Centro di Coordinamento con importanti partner hanno posto delle basi per l’attuazione di quell’economia circolare che è al centro del dibattito istituzionale e politico sia in Europa che in Italia. L’analisi dei dati 2016 restituisce un quadro virtuoso della raccolta complessiva dei RAEE in Italia, caratterizzato da una crescita a doppia cifra del 14% circa. È aumentato del 5,15% anche il numero di centri di raccolta a disposizione dei cittadini sul territorio nazionale. Insomma i dati positivi sono molteplici ed è forse ora che anche i consumatori cambino attitudine.

In Francia l’associazione Zero Waste France ha lanciato l’operazione riendeneuf.org., che consiste nel chiedere ai consumatori di non acquistare nell’anno solare alcun oggetto tecnologico nuovo e di privilegiare la riparazione e l’acquisto d’oggetti d’occasione e/o riciclati. Difficile che si possa fare questo su larga scala, ma tale iniziativa perlomeno insegna che a volte basta solo un piccolo gesto per preservare il nostro pianeta.

Marco Cesario

By | 2018-04-13T15:54:26+00:00 13 aprile 2018|Articoli, Report|Commenti disabilitati su Obsolescenza programmata e rifiuti elettronici